La lingua tedesca chiama con la medesima voce l’arte di edificare e quella di coltivare. Agricoltura e costruzione hanno lo stesso termine: ackerbau; contadino ed edificatore hanno un comune modo di dire, bauer, e l’antica radice buan significa abitare.Per poter raccontare di un paesaggio non più urbano né rurale dovremmo tornare ad unificare tutti questi significati. Sarà la coscienza, oramai consolidata, che città e campagna tendano da tempo a stemperarsi l’una nell’altra, obbligandoci ad adottare espressioni ibride come campagne urbane o agricivismo; sarà che lo montanaro di Dante, quasi appartenesse al mondo rurale contemporaneo, non più prevalentemente agricolo, avesse già sentito il desiderio di affrancarsi dallo stereotipo, atavico, plurisecolare e imbarazzante del contadino che “non altrimenti stupido si turba / e rimirando ammuta / quando rozzo e selvatico s’inurba”. Fatto è che in questo assai propagandato besoin de campagne ci sarebbe da fare un pò d’ordine e di coscienza. Da Farmville alla miriade di blog - più o meno – “di gusto”, la parola ricorrente è orto. Orti sulle terrazze, sui balconi e su internet, orti nelle scuole nelle carceri, orti d’artista, orti di pace e orti didattici, orti terapeutici e interculturali, orti nell’architettura e l’architettura degli orti, orti urbani, periurbani e ipogei, orti verticali sui grattacieli e familiari nelle corti; orti a noleggio e orti su abbonamento, orti solidali e orti un pò meno, le città degli orti e l’Orto Planetario dell’Expo 2015. Provate a scrivere orti sul vostro motore di ricerca. Provate a dover scegliere una tra le numerose proposte di visite guidate ad aziende, fattorie, musei della cultura contadina, agriturismi. Il cambiamento culturale che stiamo attraversando, pur muovendo da ragioni economiche ed etiche più che condivisibili, rischia troppo spesso di essere parodia di se stesso. A questa amara consapevolezza se ne aggiungono altre, ben più promettenti. Il ritorno del fare manuale e soprattutto del fare di qualità indica un ritorno alla bottega. Non quella del mercante, ma quella rinascimentale dell’artista-artigiano. C’è un equilibrio in cui non è la parsimonia che guida, ma una nuova capacità di giudizio nei comportamenti di consumo e di vita. Il consumo ha trainato negli anni 80 e 90 una concezione della felicità che rimane ancora valida. Questa non è l’era dell’anticonsumismo, ma di un consumo intelligente. La direzione è quella di una sostenibilità nuova che è riduttivo limitare agli aspetti ambientali. Da qui la voglia, la responsabilità e l’impegno di unire la ricerca progettuale alla cultura materiale della terra, in una collaborazione tra Università e Associazione Culturale, inconsueta, sempre stimolante. Il presupposto condiviso è l’assunto che collaborare sia fare scienza. Se un ritorno a qualcosa va perseguito, questo non può che essere la consapevolezza che la sperimentazione tecnologica sia l’unica strada per arrivare a tutti, con maggiore inclusività funzionale ed equità di distribuzione della ricchezza sul territorio. Ed è qui che le antiche culture rurali e cittadine potrebbero esprimere davvero le loro potenzialità e far in modo che ad alimentare i saperi del gusto e dell’ospitalità non siano l’egoistica propensione al chilometro zero o il rifiuto retrivo delle contaminazioni culturali ed etniche sulle nostre tavole, bensì i valori di aiuto reciproco proprio di un mondo contadino che non ha mai separato l’economia dalle relazioni sociali. Da architetto leggo il carattere del paesaggio periurbano nell’ottica di un nuovo modello di sviluppo, di natura transitoria; un modello dinamico che nasce “dal basso”, dal sistema di imprenditoria locale, urbana e rurale, in cui, però, ogni territorio è irrogato dall’energia della globalizzazione. Introdurre sostenibilità è rovesciare, dunque, l’immaginario di paesaggio da globale a locale; sviluppare più coscienza scientifica integrandola con saperi locali. Da qui l’importanza di dialogare a più voci dei nostri territori, ridefinendo il valore ed il ruolo del paesaggio contemporaneo con l’ausilio della disciplina filosofica e dell’immagine fotografica, riportando le esperienze di piccole/medie e grandi aziende del settore agroalimentare, selezionate tra le eccellenze italiane nella produzione assistita da innovazione tecnologica e scelte d’uso sostenibile delle risorse. E’ cosi che Dare Terra è stato pensato, ed ora che si è chiusa la prima edizione, pensiamo al futuro, con ancora più entusiasmo e convizione. Il valore aggiunto dell’essere partiti da Milano sta nella specificità del suo territorio: una città che vanta il più vasto parco agricolo d’Europa e dunque si presta perfettamente alla sperimentazione di un modello di interdipendenza tra sfera urbana e sfera rurale. Nulla, allora, ci impedirebbe di pensare al futuro di Dare Terra in altri territori con altre caratteristiche in cui lo stesso modello potrebbe declinarsi alle specificità del paesaggio. E tornare a Milano per l’Esposizione Universale. Abbiamo cinque anni di tempo per sviluppare una proposta convincente di agricoltura periurbana ispirata ad interessi comuni della città e della campagna. E per portare in Europa un modello che potrebbe essere invidiato e imitato. L’uomo ha bisogno di cielo, di aria, di orizzonti e di paesaggi, ma allo stesso tempo deve mettere radici nel profondo della terra, garantendosi la sopravvivenza e la creatività. Anche questo è essere architetti.
Serena Liagi
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